Memorie di un copista mancato

    da: »


    Iscritti alla classe quinta dell'Istituto Canossiano, nell'autunno del 1947, eravamo una ventina, fra maschi e femmine. Sul banco, vicino al calamaio, nell'astuccio di legno dal coperchio scorrevole avevamo matita, gomma, temperino, cannuccia e alcuni pennini con l'osso di seppia. Il necessario per scrivere, e magari anche per disegnare, ma credo che non lo facessimo quasi mai.
    Un giorno vi fu per tutti una sorpresa. Rita Bocchi venne a scuola con una scatoletta di pastelli: lunghi mezza matita, ma ce n'erano ben dodici. I “colori”! Nessuno li aveva, neanche il figlio di De Boni, il direttore della Distilleria. Rita era bella e generosa, e sulla prima pagina di un quaderno nuovo mi ripassò la scritta PROBLEMI ED ESERCIZI DI ARITMETICA E GEOMETRIA cambiando colore ad ogni lettera. Il quaderno lo conservo ancora, e ci sarà pure un motivo se è l'unica cosa rimastami delle elementari. Quando lo sfoglio, la prima pagina mi riporta la contentezza di quel giorno lontano e l'ammirazione per Rita che poteva decorare il suo quaderno. Sul mio ci sono invece minuscoli, scheletrici disegnini tracciati con un pennino dalla punta grossa e l'inchiostro annacquato. Sono poche variazioni di un unico soggetto: un vaso di fiori (in realtà una specie di cestino dal quale spuntano fili isolati con radi petali). La prova della mia scarsità di esercizio, di modelli, di mezzi.



    Un modello su cui esercitarmi lo trovai ad aprile del 1948. Nell'imminenza delle elezioni politiche lo scontro fra Democrazia Cristiana e Fronte Democratico Popolare si combatteva con decine di manifesti illustrati. Si fronteggiavano ovunque: lungo il muraglione, sui muri delle case, perfino sulle assi delle staccionate nei cantieri edili. Alla competizione elettorale partecipammo anche noi ragazzi di quinta. Una o due volte, nell'intervallo fra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio, armati di colla e pennello ci trasformammo in attacchini abusivi. Molti altri giorni ci limitammo a distribuire volantini, su uno dei quali la testa di Garibaldi entro una stella rossa – simbolo del Fronte Democratico – era stata rimaneggiata in modo che, capovolta, vi apparisse quella minacciosa di Stalin.
    Una trovata divertente, che copiai per gioco e dovetti rifare con crescente successo ad ogni richiesta dei compagni. Fu l'esordio di copista, attività ampiamente testimoniata dal mio banco alle scuole medie. Era un vecchio banco a due posti col piano inclinato di legno liscio, chiaro, non verniciato. Riceveva bene l'inchiostro, e col tempo andò coprendosi di un confuso mosaico che riuniva frammenti del mio patrimonio figurativo alimentato dai giornalini e dai primi film visti al Teatro Comunale o al Cinema Verdi. Pistole, archi, frecce, teste di indiani e di cavalli che riprendevo dall'albo tascabile Piccolo sceriffo si alternavano alle scimitarre, agli elmi, alle torri merlate delle grandi pagine a colori del Vittorioso. In questo giornalino mi piacevano i disegni finemente punteggiati di Franco Caprioli. Di lui ricordo le vignette di una splendida storia marinara (fare il pirata era uno dei miei sogni, ma mi sarebbe piaciuto anche seguire Cortez alla conquista del Messico). Una sera, mentre a piedi tornavo a casa ammirando i magnifici galeoni di Caprioli che navigavano verso l'avventura, sentii che a gonfiare le loro vele contro il sole al tramonto poteva essere lo stesso vento che portava il profumo dei “canari” bruciati in qualche focolare di Piantazza.
    Disseminata sul banco, in omaggio a Zorro, c'era una quantità di spade con fantasiose variazioni nell'elsa. Del resto, “giocare a spada” era un divertimento quotidiano. Usando bastoncini lunghi un metro si duellava con foga, non senza pericolo dal momento che per vincere bisognava toccare l'avversario. Ma si combatteva pure col solo braccio teso, incuranti di eventuali lividi, come feci tante volte cercando di rigettare Riccardo Badiale o Dante Andreetta giù dal ciglio erboso della banca, imitando gli spadaccini che al cinema si affrontavano immancabilmente su una scalinata.
    Isetta, la bidella, pulì una prima volta il banco con spazzola e candeggina. Un'azione benedetta, che mi permise di rinnovare il repertorio. Seguì un preciso ordine del preside Cappon: chi sporca deve pulire! Escludendo di lavare il banco, mi affidai alla lametta da barba usata per temperare la matita. Si rivelò un ottimo raschiatoio: mezz'ora di lavoro e restituiva il banco pronto per nuovi interventi.
    In seconda media ad ispirarmi furono le tavole neoclassiche del Flaxman. Illustravano l'Iliade; nella versione di Vincenzo Monti la studiavamo per l'intero anno, imparandone alcuni passi a memoria. Il segno lineare di quei disegni era l'ideale per un aspirante copista, come lo erano le suggestive tavole di Carlo Nicco in certi libri della biblioteca scolastica. Agli dei ed eroi dell'antica Grecia si unirono i guerrieri delle saghe medievali germaniche. Armi, teste, busti di Achille, Ettore e Marte finirono insieme a quelli di Amadigi e dei Nibelungi. Le eleganti acconciature di Elena e di Venere gareggiarono con le lunghe trecce della bella Oriana, e pure con quelle di Lauretta, seduta sul banco davanti al mio.
    Tutto finì il 16 novembre 1951. In Piantazza mancava l'elettricità – a sera veniva acceso il lume a carburo – e non avevamo quindi la radio. Se già sapevo qualcosa della rotta del Po, sicuramente pensavo a un fatto lontano che non ci avrebbe toccato. Invece, giunto a scuola, trovai le aule ingombre di paglia occupate dagli alluvionati. Due giorni dopo, con la casa sommersa dall'acqua, attendevo sulla banca dell'Adige di partire chissà per dove. Una settimana più tardi, lasciate le nebbie del Polesine, con un lungo viaggio notturno arrivai a Firenze. La mattina mi alzai con un problema. La mia arruffata capigliatura aveva urgente bisogno di un pettine che non sapevo dove trovare, ma dalla finestra la medievale Porta San Gallo illuminata dal sole prometteva la scoperta di un mondo soltanto immaginato sulle pagine dei libri.
    Ancora pochi giorni e fui nel Collegio dei Padri Scolopi, dove ebbi la prova che la neonata Scuola Media di Cavarzere poteva benissimo reggere il confronto con lo storico istituto fiorentino, specie in latino e in italiano, merito senz'altro delle mie insegnanti Mancini e Vedovi. Tuttavia il collegio era una prigione, dalla quale evadevo ogni domenica col pretesto di far visita a zia Tina. Agevolato nelle mie esplorazioni da una tessera per l'uso gratuito del tram, visitai chiese e monumenti, anche oltre l'Arno, su fino a Piazzale Michelangelo. Assistei a una fastosa cerimonia nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio e naturalmente visitai gli Uffizi, dove feci il primo acquisto d'arte: una dozzina di cartoline. Alcune, in quadricromia, riproducevano particolari di Madonne: volti pieni di dolcezza, i modelli per future copie alle magistrali.
    Non sopportavo il rigido orario del collegio, quegli interminabili pomeriggi d'inverno, seduto in silenzio con gli altri convittori fingendo si studiare cose che già sapevo, sorvegliato da un assorto padre Ernesto Balducci, in attesa dell'ora di cena che non arrivava mai. Così, verso la metà di febbraio, ritornai a Cavarzere e finii la terza media nel palazzo che oggi ospita il Giudice di Pace. La nostra aula era la stanza d'angolo al primo piano col poggiolo che dà sulla piazzetta Mainardi, dove scendevamo durante l'intervallo.
    Ormai non era più tempo di disegnini sul banco. Il programma, oltre alla costruzione di poligoni e solidi con relative proiezioni ortogonali, prevedeva copie dal vero di oggetti e paesaggi. Un esercizio, questo, compiuto esclusivamente sulle illustrazioni del libro di testo. Si trattava insomma di continuare l'attività di copista, tralasciando le vecchie fantasie avventurose.
    Qualche esercitazione dal vero l'avevamo fatta in seconda. Ricordo che un pomeriggio, seduti sull'erba del campo sportivo, album sulle ginocchia e matita in mano, cercavamo di ritrarre la Colonia (la chiesa di allora) e il suo bizzarro campaniletto costruito alla brava con travi e assi incrociate. Un soggetto davvero ostico, che  rifiutava di farsi riprendere in modo accettabile. Molto più rilassanti certe mattine, sempre al campo sportivo, quando il professore Armando Ossena – primatista italiano di decathlon e ottimo discobolo insieme a Consolini e Tosi, entrambi sul podio alle olimpiadi di Londra nel 1948 – dopo una mezz'ora di ginnastica ci lasciava giocare a pallone in una metà del campo, mentre nell'altra eseguiva qualche lancio col disco.
    Alle magistrali il programma di disegno riservava largo spazio agli esercizi di copia e ideazione. Di anno in anno le schede degli album di testo proponevano nuovi modelli: utensili per i mestieri più vari, ambienti con relativi arredi, elementi architettonici, persone, animali, piante, paesaggi, piccole scene ispirate alle stagioni o a speciali ricorrenze... Una raccolta di esempi senz'altro utili per futuri maestri, da riprodurre in grande magari con l'aiuto di una sommaria quadrettatura sufficiente a delinearne il contorno, lavorando poi sui particolari e sulle ombre.
    Ma il libro di storia dell'arte – una novità delle superiori – in decine di fotografie mostrava capolavori che ammiravo per la prima volta e sui quali trasferii ben presto la mia libera attività di copista. Non avevo che l'imbarazzo della scelta, e come mezzi bastavano un foglio di carta Fabriano e una matita. Si trattava di portare a un formato maggiore immagini piccole e poco nitide, con molta pazienza nel dosare le sfumature, nel seguire le pieghe dei panneggi, nel dare la giusta evidenza ai volumi. Ma se alla fine l'esito era soddisfacente provavo un'emozione nuova, quasi avessi creato anch'io una piccola opera d'arte.
    Col procedere degli studi passai dalle sculture greco-romane (bassorilievi dai fregi del Partenone, il Discobolo di Mirone, Diana cacciatrice con faretra e cerva, Ares seduto con lo scudo...) alla pittura rinascimentale, alle sognanti Madonne di Raffaello, Perugino e Ghirlandaio. Le ultime copie del genere le feci nel 1956. Agli esami di abilitazione dovevamo presentare una “tesina” su un pittore. Quasi nessuno di noi aveva materiale per scriverla, né per corredarla. Su consiglio del prof. Forzato scrivemmo a chi avrebbe potuto aiutarci, e infatti Piero Bargellini, assessore alle Belle Arti di Firenze, mi spedì insieme a qualche cartolina due opuscoletti tascabili: uno sul Tiepolo, che passai ad Aldo Chiebao, e uno su Botticelli. Il testo della “tesina”, cercando qua e là, fu preparato, ma si poteva accompagnarlo a due sole cartoline? Poiché nell'opuscolo vi erano dei ritratti e dei particolari di teste decisi di riprodurne alcuni a matita. Fu così che a Sandro Botticelli capitò di avere una sua minuscola e scopiazzata monografia, illustrata però – alla maniera antica – con riproduzioni originali a piena pagina, e in tiratura unica!
    Sempre nel 1956, l'universo dell'arte mi si rese finalmente disponibile a colori. Non per merito del nostro testo, che presentava la pittura italiana dal Quattrocento in poi con foto in bianco e nero, ma grazie a un volumetto della “Serie Arte Garzanti” dedicato a Manet, che vidi esposto nella libreria Boscolo di Adria. Stampato in Olanda, aveva una copertina elegante, una quarantina di illustrazioni – la metà a colori – e costava soltanto 400 lire. Lo comperai, e fu presto seguito da altri. Scoprii così le opere di Renoir e Matisse, Velazquez e Goya, Bruegel e tanti altri maestri. Quei libriccini, che ad ogni uscita erano una sorpresa, nel riprenderli in mano fanno quasi tenerezza per le riproduzioni mal definite, dai colori o troppo accesi o spenti e impastati. Ma a quel tempo sembravano una meraviglia, mancando ancora vari anni alla comparsa delle dispense settimanali stampate dai Fratelli Fabbri con ben altro esito in nitidezza e fedeltà all'originale.
    Poiché l'arte non era più in bianco e nero (anche riviste come Epoca cominciavano a pubblicare inserti con riproduzioni a colori), per le copie non potevano bastarmi la matita o i pastelli dalla mina troppo dura usati raramente anche a scuola. Rimediai acquistando il necessario per dipingere a olio nel negozietto aperto da Rino d'Ambros in via del Mercato, dove teneva esposte alcune tele della sua prima maniera: figurative d'impronta quasi metafisica. D'Ambros, all'apparenza burbero e poco loquace, parlava invece volentieri di pittura ed era largo di consigli. Mi insegnò l'uso di trementina e olio di lino, il modo di preparare l'imprimitura e di eliminare i prosciughi.
    Iniziai copiando luminose, semplici tavolette dei macchiaioli toscani, come Tetti al sole di Raffaello Sernesi o La Rotonda di Palmieri di Giovanni Fattori. In seguito, ricordo l'intenso piacere nell'accostare al blu di cobalto, il rosa, il violetto, il giallo di certi paesaggi esotici di Gauguin.
    Nel 1958 si tenne nel palazzo Tortato la Prima Mostra Biennale Estemporanea Nazionale “Città di Cavarzere”. Intendeva valorizzare il paesaggio cavarzerano, ma il concorrente senz'altro più innovativo fu Alberto Burri che fra lo stupore di tutti presentò uno dei suoi famosi Sacchi. In una stanza riservata ai dilettanti locali esposi una copia della Ragazza che legge di Corot. Il buon Corot, così generoso – si dice – da mettere la sua firma sui quadretti di qualche collega in difficoltà per fargli guadagnare qualcosa, mi avrà certo perdonato, se non per il risultato almeno per l'impegno con cui avevo cercato di imitare il magnifico giubbetto rosso della sua modella.
    Dopo Corot dovettero rassegnarsi a maldestri tentativi di copiatura anche Manet, Sisley, Seurat, Tiepolo, Boldini, Daumier, Van Gogh e Cezanne. Quello che ne uscì meno peggio fu Frans Hals, il cui stile mi piaceva moltissimo, con due ritratti a grandezza naturale che da allora non ho più rivisto, per cui posso tranquillamente illudermi che fossero davvero ben riusciti.
    Continuai a usare i colori ad olio, ma sempre più di rado, fino alla   fine degli anni Sessanta, anche in composizioni personali. Il disegno rimaneva infatti la tecnica preferita: non aveva la seduzione del colore, ma neppure richiedeva spazio, preparazione e troppo tempo. Per fissare qualche figura che mi interessava, magari da una foto di giornale, bastavano la matita o una biro.
    Nel 1969, come segretario-direttore del Patronato Scolastico mi trovai ad armeggiare, insieme all'amico Badiale, con matrici per ciclostile e tavolette di adigraf. Un giorno provai a disegnare qualche figurina graffiando con uno spillo la superficie cerosa di una matrice, dalla quale ottenemmo una stampa. Era quasi un ritorno alle origini, ai graffiti sul banco della scuola media. Con le matrici, la cui resa per forza di cose rimaneva approssimativa, eseguii alcuni volantini sempre saccheggiando la storia dell'arte. Visto che avevo la mano ferma e un occhio discreto passai a riprodurre antichi ritratti (da Antonello ai fiamminghi) con un mezzo che non ammetteva errori, né correzioni: la sola penna biro con punta sottile, dal segno nitido e senza sbavature. Usai anche pennarelli e pastelli acquarellabili, adatti per rapidi schizzi o prove meno impegnative, finché nel 1981 comperai 36 pastelli Conté dalla mina friabile. Furono una rivelazione: alla fluidità del disegno permettevano di aggiungere la ricchezza di colore della pittura, regalando ore di piacevole lavoro e spesso una grande soddisfazione finale, sebbene per la ridotta somiglianza agli originali i miei disegni più che fedeli copie sembrassero degli involontari d'après.
    Poi accadde l'imprevedibile. Nell'autunno del 1983 visitai ad Adria una mostra di antichi manifesti: alcuni, riguardanti Cavarzere, smentivano quanto si era sempre scritto del paese in epoca napoleonica. Il desiderio di stabilire la verità mi indusse a iniziare la prima ricerca e un'insolita curiosità mi spinse in seguito a intraprendere una via che non ho più lasciato. Nelle ricerche di storia ero sorretto da una costanza mai avuta per il disegno, che tralasciai quasi del tutto. A ripensarci, era stato un passatempo discontinuo, magari con momenti di maggiore trasporto, non una vera passione coltivata col giusto impegno. E questo, a distanza di tanti anni, è motivo di leggera invidia verso i giovani dilettanti che vedo esporre felici le loro opere, poiché conosco bene la felicità che può dare il dipingere. La stessa che provai – ricordo – nel ritrarre le abbronzate Donne tahitiane con fiori di mango di Gauguin, o nello stendere, un pomeriggio estivo, le tessere gialle e arancioni di un bozzetto di Seurat che sembravano riverberare il calore del sole. Ed è motivo di rimpianto l'aver posseduto una qualche capacità e non averla affinata con la necessaria dedizione.

    Carlo Baldi, 5 luglio 2013


    Porta etrusca a Perugia. Matita, 1951

    Fregio del Partenone. Matita, 1954

    Da Botticelli. Matita, 1956

    Da Botticelli. Matita, 1956
    Autoritratto. Olio su cartone, 1959

    Da El Greco. Matita e pastelli, 1959

    Da Michelangelo. Matita, 1960

    Da Michelangelo. Penna biro, 1961

    Penna biro, 1961

    Penna biro, 1961

    Penna biro, 1961

    Penna biro, 1961

    Alessandro De Stefani. Penna biro, 1961

    Beniamino Gigli. Penna biro, 1961

    Carboncino, 1962

    Carboncino, 1962

    Penna biro, 1961

    Bozzetto. Olio su carta, 1962

    Bozzetto. Olio su carta, 1962

    Da De Pisis. Olio su carta, 1963

    Da Manet. Olio su tavoletta, 1963

    Da Daumier, "Don Chisciotte e Sancho Panza". Olio su cartone, Anni Sessanta

    Da Goya. Pennarello, Anni Sessanta

    Da Mantegna. China, Anni Sessanta

    Da Carena. China, 1967 

    Da Tiepolo. China e pennarelli, Anni Sessanta

    Da Goya. China, 1967

    Da Rembrandt. China e colori a cera, 1967

    Da Guttuso, "Valjean e il vescovo Myriel". China, 1967

    Da Guttuso, "Javert e Mario". China e colori a cera, 1967

    Da Favretto. China e pastelli, 1967

    Da Goya. Pennarello, 1968

    Da De Chirico. Pennarello, 1968

    Da Boldini. China, 1968

    Da Van Eyck. Pennarello, 1968

    Da Derain. Pennarelli, 1968

    Da Kirchner. Pennarelli, 1968

    Da Lautrec. Pennarelli, 1968

    Da Lautrec. Pennarelli, 1968

    Da Lautrec. Pennarelli, 1968

    Da Van Der Weyden. Penna biro, 1969

    Da Van Eyck. Penna biro, 1969

    Da Van Eyck. Penna biro, 1969

    Da Hogarth. Penna biro, 1970

    Penna biro, 1970

    Da Goya. Ciclostile, 1970

    Da Renoir. Ciclostile, 1971

    Ciclostile, 1970

    Incisione su Adigraf, pastelli e pennarello, 1972

    Matita, 1973

    Da Seurat. Pastello, 1981

    Da Goya. Pastelli Conté, 1981

    Da Renoir. Pastelli Conté, 1981

    Da Manet. Pastelli Conté, 1981

    Da Goya. Pastelli Conté, 1981

    Da Manet. Pastelli Conté, 1981

    Da Bianchi. Pastelli Conté, 1981

    Da Reynolds. Pastelli Conté, 1981

    Da Piazzetta. Pastelli Conté, 1981

    Da Piazzetta. Pastelli Conté, 1981

    Da Manet. Pastelli Conté, 1981

    Da Fragonard. Pastelli Conté, 1981

    Da Fragonard. Pastelli Conté, 1981

    Da Zandomeneghi. Pastelli Conté, 1981

    Da Goya. Pastelli Conté, 1981

    Pastelli Contè, 1981

    Romy Schneider. Pastello Fila, 1981

    Il figlio di Romy Schneider. Pastello Fila, 1981

    Pastelli Contè, 1982

    Da Daumier. Pastelli Contè, 1982

    Da Gainsborough. Pastello, 1982

    Pastelli Contè, 1982

    Da Renoir. Pastelli Contè, 1982

    Da Correggio. Pastelli Contè, 1982

    Da Correggio. Pastelli Contè, 1982

    Da Van Gogh. Pastelli Conté, 1982

    Da Manet. Pastelli Conté, 1982

    Da Degas. Pastelli Fila, 1981

    Da Cezanne. Pastelli Fila doppia mina acquarellabili, 1982

    Pastello Conté,1982

    Da Tiepolo. Matite acquarellabili, 1982

    Pastello, 1982

    Pastelli Contè, 1982

    Pastelli, 1982

    Da Ingres. Pastelli Conté, 1982

    Da Velazquez. Pastelli Conté, 1982

    Pastelli Conté,1981

    Pastelli Conté,1982

    Da Tiziano. Pastelli Conté, 1983

    Pastelli Giotto, 1984

    Da Van Dyck. Pastelli Conté, 1985

    Pastello Conté, 1985

    Per i 18 anni del nipote Pietro. Pastelli Conté,1987

    Per i 18 anni del nipote Daniele. Pastelli Conté, 1987

    Per i 18 anni del nipote Giampaolo. Pastello Conté, 1988

    Illustrazione per un libro. China, 1989

    Illustrazione per "La Piazza di Cavarzere". Pennarello, 1994

    Pastelli Lyra, 2010

    Pastelli Lyra, 2010

    Pastelli Lyra, 2010

    Gabriele. Pastelli Lyra, 2017

    Aldo Chiebao. Pastelli Lyra, 2017

    Pastelli Lyra, 2017


    Lascia un commento